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La mia rivincita sul destino
C'è un prima e un dopo nella vita di ognuno, un momento spartiacque che ti divide in due. Per me quel momento è stato un venerdì pomeriggio di ottobre, quando il mio capo mi ha chiamato nel suo ufficio e mi ha detto che, dopo ventitrè anni, la mia posizione era in esubero. Ventitrè anni passati negli stessi stabilimento, a fare lo stesso lavoro, con le stesse persone. E da un giorno all'altro, niente. Mi hanno dato un assegno, una stretta di mano formale e un "ci dispiace" detto con gli occhi altrove. Io sono uscito da quel portone con la borsa della spesa in mano, perché non avevo nemmeno avuto il tempo di portarmi via gli oggetti personali, e mi sono ritrovato sul marciapiede come un pesce fuor d'acqua.

I primi mesi sono stati duri. Mia moglie, Franca, cercava di starmi vicino, ma si vedeva la preoccupazione nei suoi occhi ogni volta che guardava il conto in banca. Mio figlio, che fa l'università fuori sede, aveva bisogno del nostro aiuto per l'affitto. E io, che per tutta la vita avevo sempre lavorato, mi ritrovavo a gironzolare per casa in tuta, a guardare il telegiornale delle tredici e poi quello delle sedici, in attesa che passasse il tempo. Una lenta agonia fatta di routine e sensi di colpa.

Una sera, Franca era uscita con le sue amiche per cercare di distrarmi un po', ma io avevo rifiutato. Preferivo stare da solo, a rodermi. Mi ero seduto sul divano con un bicchiere di vino rosso, quello buono che tenevamo per le occasioni, e avevo acceso il tablet. Cominciai a navigare senza meta, finché non mi imbattei in un articolo che parlava di poker online. Non ci avevo mai giocato, ma da ragazzo, con gli amici, organizzavamo tornei improvvisati che duravano fino all'alba. Bei ricordi. L'articolo linkava una piattaforma, casino vavada, e io, forse per noia, forse per un moto di ribellione contro la mia condizione, cliccai.

Mi registrai con calma, usando i miei dati veri, e caricai cinquanta euro. Non era una cifra enorme, ma per me in quel momento rappresentava una sfida. Volevo vedere se ero ancora capace di qualcosa, se il mio istinto funzionava ancora. Cominciai a giocare a poker nelle sale basse, con puntate minime. All'inizio fu dura, perdevo mani stupide, facevo scelte affrettate. Ma poi, piano piano, cominciai a ricordare le vecchie strategie, a leggere gli avversari, a capire quando puntare e quando foldare.

In due settimane, giocando ogni sera un paio d'ore, ero riuscito a trasformare quei cinquanta euro in quasi trecento. Niente di eccezionale, ma per me era una vittoria. Mi sentivo vivo, competitivo, utile. Franca all'inizio era scettica, temeva che diventassi un giocatore incallito, un problema in più. Ma quando le spiegai che giocavo con calma, con testa, e che mi faceva stare meglio, cominciò a guardarmi con occhi diversi.

Poi, una sera di dicembre, successe qualcosa di incredibile. Ero a un tavolo di sit and go, un torneo veloce con pochi giocatori. La partita era tiratissima, eravamo in tre e io avevo uno stack decente ma non dominante. A un certo punto, mi trovai con una mano discreta, una coppia di donne, e decisi di rilanciare. Uno degli avversari, il più aggressivo, rilancia ancora. Io chiamai. Al flop uscì una donna. Tris. Trattenni il respiro e feci il mio gioco, lento, lasciando che lui continuasse a puntare. Al turn, un'altra donna. Poker. A quel punto non potevo più nascondermi, e quando lui mise tutte le sue fiches, io chiamai con un sorriso che non riuscivo a trattenere. Aveva una scala, una mano fortissima, ma io avevo il poker. Vinsi un piatto enorme che mi portò dritto alla vittoria del torneo.

Quando uscii da quel tavolo, avevo vinto milleduecento euro in una sola sera. Una cifra che non mi cambiava la vita, ma che per me, in quel momento, valeva doppio. Non erano solo soldi, era la prova che potevo ancora farcela, che potevo ancora competere, che la mia testa funzionava. La settimana dopo, con quei soldi, pagai l'affitto di mio figlio per tre mesi. Quando glielo dissi al telefono, lui rimase in silenzio per un attimo, poi mi disse: "Papà, sei un mito". E io, per la prima volta da quando avevo perso il lavoro, mi sentii davvero orgoglioso di me stesso.

Ora gioco ancora, ma con moderazione. Ho trovato un nuovo equilibrio, e in attesa di trovare un nuovo lavoro, il poker mi tiene compagnia e mi dà piccole soddisfazioni. Ogni volta che apro casino vavada, mi sembra di entrare in un luogo familiare, dove posso essere me stesso e mettermi alla prova. Franca, la sera, mi porta il tè e mi guarda giocare, e qualche volta mi dà anche dei consigli, anche se non capisce niente di poker. Ma forse è proprio questo il bello: che anche in un momento difficile, abbiamo trovato un modo per stare insieme, per condividere qualcosa di nuovo.

La rivincita sul destino a volte arriva dalle strade più impensate. Io non avrei mai immaginato che sarebbe stato un tavolo da poker virtuale a restituirmi un po' di dignità e di fiducia. Ma così è stato. E ogni volta che vinco una mano, anche piccola, penso a quel pomeriggio di ottobre, al portone che si chiudeva alle mie spalle, e sorrido. Perché la vita, alla fine, è come una partita a poker. Non importa quante mani perdi, l'importante è essere ancora al tavolo quando arriva quella buona.
Fri Feb 20, 2026 10:47 am
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